Il diritto della cicala: la filastrocca di Vitalba Santoro che canta il tempo lento
In un mondo che corre, che misura il valore in produttività e risultati, Vitalba Santoro ci regala una filastrocca lieve e profonda, dedicata a un diritto spesso dimenticato: quello alla noia. Il diritto della cicala è un piccolo inno alla lentezza, alla contemplazione, al tempo non finalizzato, che diventa spazio creativo e riflessivo.
Formica o cicala? Lo zodiaco della vita quotidiana
La filastrocca si apre con un’immagine poetica e ironica: “Nello zodiaco a forma di scala, un giorno formica, un altro cicala.” Siamo tutti oscillanti tra l’operosità della formica e la leggerezza della cicala, tra il dovere e il piacere, tra l’efficienza e il sogno. Santoro ci invita a riconoscere questa alternanza come naturale, legittima, persino necessaria.
La noia come diritto, non come colpa “A volte m’annoio e rallento un po’: è un mio diritto oppure no?” Con questa domanda semplice e disarmante, la filastrocca interroga il lettore su un tema profondo: possiamo concederci il lusso di annoiarci? Di non fare nulla? Di restare nella nostra “zona confort”, a guardare fuori da un oblò, a contare pepite immaginarie o a spetalare margherite?
Creatività e contemplazione: il potere del tempo vuoto La noia, lungi dall’essere vuoto sterile, diventa terreno fertile per l’immaginazione. “Sul vetro appannato col dito bagnato, l’apologo breve la noia ha ispirato.” È proprio nel tempo lento che nascono le storie, le visioni, le intuizioni. La cicala, simbolo di leggerezza e canto, non fugge la noia: la trasforma in gioco, in voce, in presenza.
Una filastrocca per educare alla lentezza Questa poesia può diventare uno strumento didattico prezioso: per parlare di emozioni, di ritmi interiori, di libertà espressiva. In un contesto scolastico, può aprire riflessioni sul tempo, sul valore del silenzio, sull’importanza di non riempire ogni istante.
Conclusione: cantare la noia per riconoscerla come parte di noi
Vitalba Santoro ci regala una cicala che “canta beata”: non per fuggire, ma per restare. Perché anche l’inattività può essere piena, anche la pausa può essere canto. E forse, nel diritto alla noia, c’è il seme di una nuova libertà.
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