Animal Farm

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Animal Farm – Quando “tutti uguali” diventa “alcuni più uguali degli altri”

Vitalba Santoro ha scritto una filastrocca breve e attualissima intitolata Animal Farm. Con poche strofe riesce a fare due cose insieme: omaggiare un classico della letteratura e colpire dritto al cuore di certe ipocrisie di oggi.

Partiamo dal titolo. Animal Farm è il famoso racconto di George Orwell del 1945: una fattoria dove gli animali si ribellano agli umani per creare una società in cui «tutti gli animali sono uguali». Ma poi, piano piano, la frase cambia: «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri».

Ecco, Vitalba Santoro prende proprio questa frase e la porta nel nostro presente, tra nativi digitali, stories, like, gruppi chat e feste con dress code.

La filastrocca Animal Farm passo passo

«Tra i nativi digitali / tutti a dire siamo uguali, / salvo aggiungere, però, / questo sì e l’altro no.»

Già dalle prime righe si sente l’ironia: siamo la generazione che urla “inclusività” e “uguaglianza” a caratteri cubitali, ma poi subito dopo arrivano le eccezioni, i “però”, le liste di chi può e chi non può.

«Come nella fattoria / che racconta l’utopia / di animali tutti uguali / che somigliano agli umani.»

Qui c’è il collegamento diretto con Orwell. Gli animali della fattoria volevano essere diversi dagli umani… e invece sono finiti per somigliargli fin troppo: prepotenti, egoisti, gerarchici.

«È ipocrita, lo so, / ma vuoi mettere il buon ton!»

Questa è la strofa che fa più male perché è sincera. L’autrice non si nasconde: sa che è ipocrisia, ma sa anche quanto sia comodo e socialmente accettabile continuare a farla.

Poi arriva la parte più concreta e quotidiana:

  • una festa dove «proprio tutti» sono invitati… ma solo se rispettano il dress code
  • un locale «solo per deambulanti» (bellissima frecciata all’accessibilità che spesso resta sulla carta)
  • la cena dove l’habitus (cioè il modo di fare, di vestire, di parlare) diventa un filtro invisibile

E infine le due battute conclusive, pronunciate con voce da “signor mio”:

«è il suo turno, non il mio?» «Mr. Jones era mio io: / lei non sa chi sono io!»

Ecco il ritratto perfetto del maiale diventato padrone: quello che si indigna se qualcuno osa occupare il suo spazio, quello che tira fuori il “lei non sa chi sono io” come fosse un lasciapassare universale.

Perché questa filastrocca funziona così bene

È breve, ma ogni verso pizzica. Usa un linguaggio di oggi (nativi digitali, dress code, habitus) per raccontare una storia di sempre: l’uguaglianza proclamata a parole e poi smontata nei fatti.

È una piccola sveglia. Ci ricorda che le parole “tutti uguali” possono diventare una bella maglietta da indossare… oppure una scusa per lasciare fuori chi non rientra nel “buon ton” del momento.

Grazie a Vitalba Santoro per aver preso un classico del ‘900 e averlo fatto parlare con la voce del 2020 in poi.

E noi? Da che parte stiamo: tra quelli che dicono “tutti uguali” e poi aggiungono “però”, o tra quelli che provano davvero a non cambiare la frase a metà?

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