Memory day

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«Memory Day» di Vitalba Santoro: quando la memoria brucia e illumina

La memoria non è un archivio ordinato e polveroso. È viva, instabile, a volte crudele. Vitalba Santoro, nella sua filastrocca intitolata Memory Day, ce lo ricorda con una sequenza di immagini che colpiscono come schegge di vetro: fragili, taglienti, incandescenti.

«La memoria fa brutti scherzi» è l’incipit che subito spiazza. Non stiamo parlando di un dolce rimpianto o di un nostalgico album di foto sbiadite. La memoria, per Santoro, è fragile come uno specchio rotto che va in mille pezzi, friabile come una fetta biscottata sotto il peso della marmellata. È una metafora domestica, quasi infantile, eppure proprio per questo disarmante: ciò che sembra innocuo nasconde invece una capacità distruttiva enorme.

Poi il tono cambia, si fa più buio. La memoria diventa

«una strada buia con la luce in fondo», dove macchine sfrecciano veloci e figure restano in silenzio, gettando «voci». C’è un grido d’aiuto soffocato, «come sott’acqua un pesce muto». Qui la filastrocca si avvicina a un territorio che molti lettori italiani associano immediatamente al Giorno della Memoria (il 27 gennaio), anche se il titolo in inglese Memory Day mantiene una certa ambiguità, quasi a voler indicare che il problema della memoria non è confinato a una sola tragedia storica, ma riguarda ogni oblio, ogni rimozione individuale e collettiva.

La memoria, continua Santoro, è scomoda, tagliente, «perché nessuno possa cavarsela dicendo che non è successo niente». È una lama che impedisce il comodo oblio, brucia come il fuoco, come il sale sulle ferite, come il ghiaccio sulle granite o l’acquavite nello stomaco. La poesia accumula sensazioni fisiche dolorose, quasi a voler rendere tangibile l’esperienza del ricordo traumatico: non si tratta solo di pensare al passato, ma di sentirlo di nuovo sulla pelle.

Eppure, proprio nel momento più cupo, emerge una luce tenue ma decisiva:

«È come una fiammella, che rischiara le parti buie della storia, perché quel buio non accechi la nostra memoria».

Ecco il ribaltamento. La memoria non è solo sofferenza: è anche presidio, è ciò che ci impedisce di diventare ciechi davanti all’abisso. Senza di lei, il buio vince.

L’ultima strofa porta con sé una nota amarissima di realismo:

«Intanto, un altro giardino, un’altra strada verrà intitolata, e poi sarà dimenticata».

Queste parole suonano come un monito. Intitolare vie e piazze, celebrare ricorrenze, posare lapidi: tutto questo è importante, ma non basta. La memoria collettiva è fragile quanto quella individuale. Senza un lavoro costante, quotidiano, scomodo, anche le targhe più solenni finiscono per diventare semplici nomi su una carta geografica, privi di peso e di senso.

Vitalba Santoro non scrive una poesia consolatoria. Non offre facili risposte né retorica commemorativa. Usa invece il ritmo della filastrocca – forma apparentemente leggera, quasi per bambini – per dire una cosa serissima: ricordare fa male, ma smettere di ricordare fa ancora più male.

In un’epoca in cui la rimozione sembra spesso la strada più semplice, Memory Day ci invita a tenere accesa quella fiammella, anche quando brucia le dita. Perché il buio, se non lo guardiamo negli occhi, prima o poi ci acceca davvero.

Memory Day è un piccolo, potente promemoria in versi: la memoria non è un lusso. È una responsabilità che brucia, taglia e – proprio per questo – illumina.

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